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Cinque barbuti filosofi che pasteggiano in toga bianca ai piedi dell'Acropoli; ma anche cinque delegati all'assemblea della Pallacorda, cinque manifestanti a Seattle, cinque studenti sugli spalti di Palazzo Nuovo. La "Piola di Atene" è l'osteria globale del terzo millennio; alla salute del quale crediamo sia saggio bere un bicchiere di buon vino.
Là fuori
20 novembre 2008

Svolti i mestieri del tardo pomeriggio con la mamma e la nonna Sofiel si affacciò sul terrazzo di legno: gli piaceva sempre osservare il progressivo allungarsi delle ombre della collina sulle enormi distese fiorite di primavera che facevano da limite, fisico e di senso, dell’esistenza della sua famiglia.
Il suo sguardo aveva smesso però di essere innocente e soddisfatto. Era come se il profumo di quelle distese, l’orizzonte di quella vita non fossero più sufficienti. Tutto era pressappoco così da quando era nato, sedici anni prima.
Accomodata sulla sua sedia a dondolo con uno scialle di lana blu scura sulle spalle, la nonna stanca per le occupazioni diurne si godeva il panorama: il suo panorama, il paesaggio, il mondo nel quale è nata, ha sempre vissuto e in cui chiuderà gli occhi per l’ultima volta. Eppure a Sofiel non sfuggiva mai quell’espressione vaga ed insieme ferma, come pietrificata, con cui la nonna fissava l’orizzonte. Il ragazzo non poteva non chiedersi se anche sua nonna, un giorno magari lontano, aveva vissuto le sue stesse contraddittorie emozioni, aveva percepito lo stesso sentimento di malinconia e brama di viaggio prima di accettare la sua condizione. In realtà, Sofiel in cuor suo pensava che, dietro lo sguardo, vago e fermo nello stesso tempo, si celasse ancora quella malinconia, quella brama. Sofiel era spontaneamente convinto che in fondo ogni suo amico, ogni suo parente non potesse accontentarsi. Aveva una fiducia innata, forse, oppure ereditata da qualche storia letta da bambino o da qualche musica ascoltata in remoti ricordi ormai sfumati, nel viaggio. E dire che non aveva mai viaggiato, in effetti: solo il solito tragitto casa-scuola, scuola-casa, dalla valle alla città di mattina, dalla città alla valle di sera.
Il sole ormai al suo crepuscolo sembrava salutare i campi in primavera con un coraggioso raggio infuocato. Oltre i pascoli, dove tramontava il sole, la memoria d’un intero popolo sembrava non riuscir più ad andare. Oltre i campi, sterminate distese di campi, infiniti sentieri tra i campi, oltre le proprietà agricole, oltre la città, la scuola, oltre lo spazio dell’abitudine e del controllo sembrava non esserci nulla. Qui il mondo viveva delle sue eterne certezze, la sua organizzazione, i mestieri individuali, il sudore dei lavoratori per guadagnarsi il pane, i soliti conflitti di sempre tra cittadini e campagnoli; là fuori, oltre, solo la nebbia. Era lo spazio delle fantasie dei bambini, delle storie raccontate a piccoli sognatori sui seggiolini ai quali gli adulti vogliono ritardare il giorno del risveglio nel cinico mondo di tutti i giorni, il Regno del Si, impersonale, eternamente presente, privo di futuro.
A Sofiel quelle storie che gli erano raccontate dal padre in un’infanzia uccisa di colpo con la sua morte non avevano smesso di parlare. A Sofiel non sfuggiva che l’eterno presente incancreniva l’umanità a lui conosciuta. Allora seguiva quel sole con la fantasia, volendo accompagnarlo nel suo viaggio notturno per le terre sconfinate “là fuori”, oltre gli orizzonti, oltre le possibilità del quotidiano, per poi nascere insieme con lui, con i pallidi colori dell’aurora, e guardare dall’alto quel panorama che lo vincola e lo domina, dominandolo a sua volta.
Sofiel cercava un punto di vista diverso. Forse sarebbe stata una ricerca molto costosa e difficile, e certamente a sedici anni non ne aveva piena coscienza. Ma, a ben guardare, non aveva bisogno della piena coscienza: aveva l’ardore, la brama della conoscenza, tanta speranza, la fantasia. Tutto quello che era fondamentale, per incominciare un viaggio.

Paolo


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La generazione del riconoscimento mancato
17 novembre 2008

Mentre a Roma centinaia di studenti, disoccupati presenti o futuri manifestano il loro dissenso, a Torino i pochi rimasti guardano dalle finestre delle aule di palazzo nuovo ciò che sta succedendo fuori.

Là, c’è qualcuno che crede davvero in quello che fa, che non soddisfa semplicemente l’esigenza di dire in un futuro “io c’ero” ma che lotta per poter dire un giorno “io ci sono”.

Lotta, dissenso, futuro sono parole chiave che riportano immediatamente allo storico ’68 , ’68 che ha rivoluzionato la mentalità corrente senza possibilità di ritorno. Partecipazione di massa ad un qualcosa in cui si credeva profondamente , sufficiente per fa si che si realizzasse. Fatti e non solo parole, parole che erano come ancelle a servizio della realtà così giustificata. Non si aspettava il permesso di nessuno per agire e non si ricercava l’appoggio degli altri, dei “grandi” per dar inizio alla protesta. Si bastava a se stessi e non era necessario riconoscimento alcuno. Il vecchio era squalificato e c’era spazio solo per il nuovo, nuovo che non aveva forme da emulare.

La generazione d’oggi, invece, non è cosi. Non trova slancio sufficiente nell’opposizione come fine, ma è consapevole della dimensione strumentale che gli è propria e che legittima il suo uso.

Ecco che la realizzabilità effettiva del fine si impone, e, con essa, emerge una maturità più disincantata che non è necessariamente motivo di demerito, di debolezza e , più in generale, di giudizio.

Essere più realisti non significa essere depressi, statici, passivi, ma può rivelarsi meritevole laddove il calcolo di ciò che è possibile, è teso al conseguimento di qualcosa.

Ciò che manca oggi, non è la spinta ad agire per essere protagonisti del proprio tempo, ma è il riconoscimento di ciò che siamo da chi reputiamo ancora importanti.

La forza del movimento passato risiedeva nell’esclusione radicale della possibilità del fallimento - esclusione che faceva si che il passaggio dalle parole ai fatti fosse più immediato - e nella sufficienza in se stessi e nei propri ideali.

Quella odierna invece, risiede nella consapevolezza della complessità della realtà e nella necessità di attrezzarsi autonomamente per poterla affrontare. Questa coscienza ha bisogno d’essere riconosciuta.

Il motivo per cui la generazione odierna ha bisogno d’esso, non è sicuramente dovuto ad una sua propria mancanza, ma rimanda ad un momento storico, sociale, politico preciso di cui non siamo responsabili.

La cecità e la cinicità dei rivoluzionari che vogliono mantenere il loro status quo alimentata dalla cattiva informazione che svaluta la serietà della protesta, diffondono un pessimismo capace di deprimere veramente la nuova generazione.

Ogni cambiamento o tentativo d’esso è guardato dagli spettatori con scetticismo e vissuto dai protagonisti disincantatamente, svincolato da utopiche illusioni ed attento alla complessità che deve essere decostruita.

Ecco dove stanno i filosofi mettendo a servizio gli strumenti d’analisi acquisiti, con i piedi per terra ma con un dito sempre teso verso il cielo.

Alessandra



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Diario dell'occupazione (21/10/2008)
26 ottobre 2008

Si respira un’aria particolare a Palazzo Nuovo. Da tempo non si sentiva l’odore degli spray e delle vernici che, guidate da abili mani, vanno a comporre su lunghi striscioni slogan di lotta e di mobilitazione. Da tempo non si sentiva il sudore del compagno e dell’amico troppo vicini perché lo spazio non c’è, ma questa volta non in aula 11, troppo piccola per contenere ragazzi desiderosi di seguire una lezione, ma nel terrazzo di Palazzo Nuovo affollato per l’assemblea No-Gelmini e la sera nell’atrio corpo a corpo durante il concerto organizzato per la prima serata di occupazione nella sede delle facoltà umanistiche.

Si sente un’atmosfera diversa a Palazzo Nuovo. Voci che non si sentivano da tanto. Voci di ragazzi che impegnano il loro tempo nella discussione e nello studio di una legge passata in parlamento il 6 agosto senza che ci fosse una minima opposizione. Si sentono discussioni occasionali tra ragazzi il cui tema è l’università, ma non il solito discorso intorno a esami e corsi, ma su come questi esami e questi corsi si vuole mantenerli, migliorarli, avere più strumenti per poter capire la realtà e viverci con più consapevolezza.

In questi giorni è diverso Palazzo Nuovo. Mentre ci si avvicina si nota qualcosa di inusuale. Ci sono i soliti universitari di corsa che vanno e vengono, ma molti in questi giorni li si può vedere in cerchio, sulle scale, nell’atrio, anche seduti per terra, uno prende la parola e gesticola per aiutare il suo discorso, gli altri intervengono per applaudire e dargli ragione o cercano di farsi vedere per poter prendere la parola e dire la loro. La sera infine il nero pavimento è coperto da colorati sacchi a pelo in cui studenti determinati rimangono a dormire per sorvegliare la loro università.

Sono giorni diversi per Palazzo Nuovo. Ma alcuni vogliono eliminare i suoi odori, zittire le sue voci e rompere i cerchi. Speriamo che non ci riescano.

Daniele
Stupidario
24 ottobre 2008

Qualunque italiano si sottoponga con una certa regolarità alla fruizione dei nostri media avrà immaginato almeno una volta di conoscere i limiti estremi dell’imbecillità istituzionalizzata.

Oggi (17/10/08) però apro i giornali e leggo un paio di notizie internazionali.

In Brasile sono venticinque i feriti negli scontri che hanno visto fronteggiarsi polizia civile e polizia militare. In breve, i poliziotti statali sono scesi in piazza a scioperare per il rinnovo dei contratti, e il governo ha pensato bene di scatenargli contro i colleghi della polizia militare. Un po’ come vedere i carabinieri che manganellano i pulotti a un corteo.

Contemporaneamente in Slovacchia il capo del partito nazionalista Sns, parte della coalizione al governo, sconsigliava di portare a termine la costruzione dei ponti ai confini con l’Ungheria, progettati congiuntamente dai due paesi, in quanto «gli Ungheresi potrebbero presto usarli per invadere la Slovacchia». Possiamo solo immaginare la reazione dell’allibito ministro degli interni ungherese…

Queste due chicche solo per ricordarci che, qui in Italia, per raggiungere la Presidenza Planetaria della Stupidità c’è ancora parecchia strada da fare. Ma diamo tempo al tempo…

Francesco
Contraddizioni
20 ottobre 2008

La contraddizione è nella natura dell’uomo, non c’è nulla da fare. Il problemino è che nella sua essenza sta anche la consapevolezza. Quello che più caratterizza l’uomo è l’essere sempre gettato in situazioni problematiche, con caratteri spesso esplicitamente contraddittori; l’esserne consapevoli di volta in volta, cioè non nella teoria ma nell’esperienza concreta della problematicità, non sempre si presenta come una possibilità produttiva o migliorativa della situazione. Spesso fa soffrire. Altre volte aumenta il senso di impotenza. Altre volte ancora accentua il desiderio di fuga (e quel che è peggio è che si tratta di un desiderio consapevole, una sorta di resa).

La politica è uno degli spazi più problematici della vita collettiva e, di riflesso, per chi si impegna, di quella individuale. Si presentano mille ostacoli ad un suo vissuto sano. I fini e i mezzi tendono a confondersi (il che significa che i mezzi tendono ad assolutizzarsi, i fini a smarrirsi), gli orgogli personali si sovrappongono alle legittime ambizioni; il piacere delle frequentazioni “di casta” accarezza e blandisce la brama di prestigio dei piccoli individui, gli interessi personali o di gruppo si sostituiscono a quelli collettivi che in politica devono essere ricomposti.

Nelle democrazie occidentali di oggi quelli che sono i terreni già sempre scivolosi del mondo politico, riflesso (più che prodotto) del mondo umano tutto, sono resi ancor più sdrucciolevoli da alcune peculiarità: il circolo vizioso tra la semplificazione dell’informazione di massa, la banalizzazione dell’opinione pubblica media e la vacuità programmatica e ideale degli indirizzi politici è il fenomeno di sistema più complesso che mi venga in mente, di sicuro non facilmente superabile, essenzialmente perché ci sono ottime ragioni perché esso continui, sia dal punto di vista dei mass media che da quello dei politici e degli elettori.

Che politica e morale siano ambiti da distinguere è un insegnamento condivisibile che deriva dal buon Machiavelli: e allo stesso tempo mi sento di sostenere che la politica non è autentica nel momento in cui esclude totalmente la dimensione etica, che è quella propriamente della responsabilità dei soggetti individuali (e degli attori collettivi) nei confronti della comunità, di riferimento ed umana in generale. Intendo con questo contestare ogni visione nichilista che vede nel cinismo l’unico saggio approccio alla dimensione politica tanto diffusa tra intellettuali e sapientoni che credono d’aver capito come funziona il mondo dimenticandosi di come funziona l’uomo.

Perché c’è chi sostiene che delle contraddizioni, in fondo, si può godere, che dai problemi si può trarre vantaggio, un vantaggio individuale. Ebbene, non c’è nulla di più astratto ed indotto di siffatto vantaggio personale. Non c’è nulla di più bello di sentirsi investito dell’onere e dell’onore di rappresentare delle persone e di farlo con tutta la dedizione, la gratuità, anche la leggerezza (che non è superficialità). E credo che il cinismo politico dica solo un pezzo della verità circa il giusto approccio alla politica: che si deve essere spigliati, che non ci si deve far fregare, che si deve essere prudenti, che le cose sono complicate e le persone non sono quasi mai lineari... ma il resto lo dice la passione, l’amore per un ideale, l’immaginazione, la laicità su se stessi, la speranza: categorie che il cinismo non può capire neanche da lontano.


Paolo

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Fenix
16 ottobre 2008

Il capitalismo è davvero in crisi?

Provo ad analizzare, a grandi linee e senza pretesa di esaustività, l’andamento del capitalismo nel ‘900. Ci sono state varie fasi di grande crescita economica legate ad un mercato libero, con poche regole e quasi nessuna intromissione statale. Ci sono state fasi di crisi profonda che hanno messo in ginocchio questo sistema e di conseguenze fasi in cui per superare tali crisi è stato necessario l’intervento statale, un esempio fra tutti è l’adozione delle politiche keynesiane negli usa dopo il 29.

Dagli anni 80 in poi invece, vi è stata una nuova politica economica di deregulation guidata dal presidente americano Reagan e dalla lady di ferro signora Thatcher. Con l’ultima amministrazione Bush questa linea è proseguita e se possibile aumentata ma ora si è arrivati, a causa di enormi speculazione, ad una profonda crisi che mette in dubbio la politica delle regole zero e in cui la famosa mano invisibile sembra si stia grattando il sedere.

Per far fronte a questa difficile situazione gli stati sono intervenuti, anche se a volte un po’ in ritardo (ricordiamo che Lemahn Brothers è fallita), per salvare banche, borse e soldi dei risparmiatori. Ma non solo i singoli stati si sono mossi, c’è stata una cooperazione da parte dei paesi del G7 e del G20 e anche l’Unione Europea dopo qualche esitazione ha cercato di trovare una via comune per risolvere la crisi.

Ora, siamo ancora sicuri che il capitalismo sia in crisi?

A me pare che sia più sano che mai. Mai come oggi ci si deve rendere conto che la società globalizzata del III millennio non può fare a meno di esso, anche a costo di cambiare le regole del gioco, far intervenire stati e banche centrali. E’ ovvio che questi organismi debbano intervenire, non si può far fallire le banche col rischio che i risparmiatori perdano i solo soldi, che si abbassino i consumi e si inneschi una recessione ancora più grave. Ma è proprio questo il punto. Il capitalismo è ovunque, è la nostra società, è il nostro modo di produrre e di vivere, è il nostro tempo e non vogliamo che ci lasci anche se qualche volta fa cilecca.

Se anche nei periodi di crisi come questo, in cui il sistema mostra tutti i suoi limiti, in cui il governo italiano d’accordo con la confindustria chiede all’UE di “rivedere” gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra fissate per il 2020 perché mettono in pericolo l’industria, se neanche ora non si riesce neppure ad immaginare un sistema diverso da quello attuale , come si può affermare che il capitalismo sia in crisi?

Esso risorge sempre dalle sue ceneri.


Daniele


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Nomen “Yoh men!”
12 ottobre 2008

In questa terra promessa del popolo incompetente eletto, si potrebbe sospettare che anche gli incarichi più elevati vengano assegnati a caso, o secondo nepotismi o velinismi vari. Invece, tra quasi tutte le più importanti nomine degli ultimi mesi è possibile rintracciare un filo conduttore trasparente e del tutto imparziale, estraneo a qualsivoglia calunniosa accusa di clientelismo. Analizziamo la rassicurante notizia con qualche esempio.

Il capo della polizia, per esempio. Successore di Gianni de Gennaro, per un ruolo chiave nel periodo in cui la “percezione d’insicurezza” era in cima alla nostra agenda politica, il 2 luglio 2007 è stato eletto Antonio Manganelli.

La gestione della vicenda Alitalia, poi: chi meglio del signor Augusto Fantozzi poteva gestire, come commissario speciale, la più grottesca (e si tenga presente la spietata concorrenza in questo campo) tragicommedia della recente politica italiana?

Ciliegina sulla torta, il nuovo capo della CEI: successore di Bagnasco, scelto direttamente dal Ratzinger del ritorno al latino e al tomismo stretto, è stato nominato monsignor Crociata.

Se di fronte all’elezione di Manganelli qualche sinistroide ha osato fare dell’ironia, su Fantozzi e Crociata persino la satira si è astenuta dall’infierire; ma le coincidenze si accumulano, e tutte non solo a tema ma addirittura comiche e farsesche.

Le interpretazioni possibili del fenomeno sono molteplici, dalla semplice casualità all’auto-predestinazione (chiamarsi Manganelli può forse inconsciamente spingere a una carriera in divisa). Esiste però anche un’altra possibile spiegazione, talmente assurda da diventare più credibile ad ogni siparietto sentenza-smentita-rettifica: che in un paese dove dirigenti e ministri sembrano scelti non più “benché” ma “in quanto” estranei al loro campo d’azione, e in cui i giornalisti, con la favola del “sentire l’altra campana”, mascherano una sistematica inadeguatezza a discriminare l’opinione competente dalla dichiarazione-spazzatura, le nomine di personale specializzato vengano stravagantemente influenzate dagli appigli più improbabili: una conoscenza occasionale, un volto visto urlare in televisione e, perché no, un’assonanza sufficientemente grassoccia da farsi ricordare al momento opportuno.

Francesco
Foglietto illustrativo
9 ottobre 2008

MUSICA®

 

CATEGORIA TERAPEUTICA

Analgesico/stimolante

INDICAZIONI TERAPEUTICHE

Trattamento anestetico o stimolante sintomatico di affezioni dell’anima. In casi particolari è usato per pratiche di autolesionismo psicologico-morale. Il suddetto farmaco a volte può fungere da discreto allucinogeno.

CONTROINDICAZIONI
Ipersensibilità agli eccipienti. Grave insufficienza di spirito.

PRECAUZIONI

L’allergia al farmaco può verificarsi in alcuni casi singoli e varia da soggetto a soggetto. Paradossalmente, essendo tale tipo di allergia innocuo nei confronti dell’organismo, è segno di maturità esplicitarla a posteriori, e non prima di aver assunto il farmaco stesso.

EFFETTI COLLATERALI

Sensazione di armonia con il mondo esterno, sentimento di accoglienza, di comprensione profonda e talvolta di gaiezza repentina e apparentemente irrefrenabile.

MUSICA® può portare a stati di shock temporaneo, in quanto potenzia la facoltà immaginativa. Può causare aumento della libido.

INTERAZIONI

L’effetto del farmaco potrebbe essere enfatizzato in momenti particolari della vita in cui lo spirito è più soggetto a scombussolamento, per esempio in caso di innamoramento, soddisfazioni personali, eventi emozionanti e lieti, oppure in momenti difficili, come alla fine di una relazione, un fallimento e casi affini.

GRAVIDANZA

MUSICA® non crea assolutamente problemi in gravidanza, può anzi migliorare le capacità uditive e il senso del ritmo del nascituro.

DOSI E MODALITA’ DI SOMMINISTRAZIONE

Se possibile assumere il farmaco tutti i giorni, più volte al giorno, cosa che avviene di solito naturalmente, perché dopo poco tempo dalle prime dosi, il paziente entra in una piacevole e benefica dipendenza. Se ne consiglia l’assunzione per l’intero corso della propria esistenza, sia essa triste o entusiasmante.

SOVRADOSAGGIO

Il sovradosaggio di MUSICA® è una conseguenza possibile e abbastanza probabile. Non si è tuttavia riscontrato alcun tipo di disturbo da sovradosaggio nei casi finora esaminati. In alcune condizioni, un dosaggio superiore alla media è addirittura consigliato.

SCADENZA

Uno dei grandi vantaggi del suddetto farmaco è che non è soggetto a scadenza. Campioni nuovi piuttosto che creati decine di anni fa causano indifferentemente effetti molto benefici.

AVVERTENZE SPECIALI

La musica incorona gli stati d’animo. Tocca ad ogni singolo paziente valutare l’ingenza di tale cerimonia.

 

 

Revisione del foglio illustrativo del farmaco: ottobre 2008


Valentina

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permalink | inviato da La Piola di Atene il 9/10/2008 alle 13:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
Il ballo delle debuttanti
6 ottobre 2008

Necessariamente scopro la tv italiana, fatta, come tutti sappiamo, di pubblicita, di telefilm, di reality, di quizzettoni, di programmi alla  “ De Filippi” come per esempio Uomini e Donne, Amici o il ballo delle debuttanti, in onda tutte le domeniche sera su canale 5.

L 'obiettivo perseguito e’ uno solo: destare emozioni.

Fanno piu audience quelli in cui c'è discussione , meglio se litigiosa, e lo dimostra la quantità di programmi sussumibili sotto questa strana categoria.

Il confronto non può mancare, deve essere ovviamente rumoroso – vince chi alza di più la voce – aggressivo, per potersi dimostrare coinvolgente ed oso dire cattivo.

E´ proprio la cattiveria inscenata, la capacità e la volontà di ferire l'altro che mi lascia amareggiata.

 

Sicuramente un cattolico “vogliamoci bene perché siamo tutti fratelli” desterebbe in me un’altra critica ma forse farebbe meno danni…

 

Perché proprio l’aggressività e la cattiveria devono essere in prima visione?

Cosa determina questa necessità? Il mondo va cosi male da dover trovare un qualcuno su cui scaricarsi?

Il sacro santo confronto è stato svuotato di contenuto e, come un intoccabile recipiente, legittima qualsiasi occasione in cui può scatenarsi.

Non importa quale sia il movente, se non c’è va cercato e va trovato. E’ necessario che ci sia volontà e capacità di ferirsi reciprocamente per poter far si che il pubblico si schieri da una parte o dall´altra.

Inscenare invece come la discussione fine a se stessa sia dannosa, farebbe meno audience?

Cosa traggono i litiganti nel farsi male al di là di centinaia di euro? Ma soprattutto, perché devono ferirsi?

Un confronto, per essere tale, necessita di comprensione reciproca, di ascolto, di uscita da se. Esso dev´essere uno strumento con cui si raggiunge un fine, per esempio la riappacificazione in caso di conflitto come ipotesi ideale.

Pace e non guerra, non in nome di un uomo, nostro Maestro, che ha vissuto così, ma riconoscendo come l’essere comprensivi, l’essere per gli altri sia indiscutibilmente gratificante.

Comportarsi “bene” è ”giusto” perché ci fa sentir meglio, perché ci appaga, perché è motivo di compiacimento.

 

Di fronte a questa fatticità, rimane ancora oscura la scena di mettere in scena il conflitto come fine e non come mezzo, la cattiveria e l’aggressività…

Non voglio credere di essere circondata da persone inconsapevolemente frustrate che , non volendo dar luce al loro stato d’animo, si allontanano da sé concentrandosi su falsi problemi di altri. Questi altri sono attori che, in un determinato momento espiano la rabbia esisteziale di chi, schierandosi dalla loro, ignora se stesso per mancanza di forza, di volontà nell’affrontare i propri problemi, le proprie cause di infelicità.

Alessandra
La riforma fantasma
1 ottobre 2008

Il 6 agosto mentre eravamo tutti impegnati tra ombrelloni e creme abbronzanti c’era qualcuno in Italia che continuava imperterrito a lavorare. Quel giorno infatti è stata approvata la legge 133 riguardante “disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria" in cui sono inseriti alcuni articoli che riguardano da vicino il mondo universitario.

I punti chiave della riforma sono 3:

  • Taglio dei fondi destinati all'università per un totale di 1MILIARDO 441 MILIONI DI EURO in 5 anni.
  • Blocco del turn over: ossia la possibilità per le università di assumere solo il 20% del personale andato in pensione (1 assunzione ogni 5 pensionamenti) con ovvia riduzione del personale docente e minore possibilità per noi giovani di trovare lavoro all'interno dell'università.
  • Possibilità per le singole università di trasformarsi in FONDAZIONI PRIVATE. Ritengo che questo sia l'elemento più grave perchè mette a repentaglio l'università in quanto pubblica facendo entrare prepotentemente gli interessi privati che influenzeranno l'università stessa in base a logiche di profitto e non di formazione culturale, proponendo un modello americano col rischio dell'innalzamento delle tasse universitarie e l'impossibilità per molti di accedere agli studi.

Vorrei accendere una discussione riguardo a questi punti e invito tutti gli universitari, i giovani, ma anche i genitori di coloro che andranno un giorno all’università nonché i professori a dire la loro. Infatti per fare questo il punto di partenza è informare le persone dell’esistenza di questa riforma. Il punto secondo me più grave infatti non sono i singoli provvedimenti della legge (di cui ovviamente spero di poter discutere e magari attivare una mobilitazioni per opporsi) ma il modo in cui tale legge è passata.

Non è stato possibile fare alcun confronto riguardo alla legge che modifica in modo sostanziale l’università pubblica perché come già detto è stata fatta passare in piena estate quando le università sono chiuse e gli italiani distratti dal mare e dalle olimpiadi. È stata approvata non come legge singola di riforma ma come articolo 66 di una legge di carattere economico sulla riduzione della spesa pubblica, come se l’istruzione fosse una delle spese da mettere in bilancio, un costo da tagliare per far tornare i conti.  I mass-media non ne hanno assolutamente parlato salvo rare eccezioni e sono gli studenti stessi che per essere informati sul futuro della loro formazione devono andare a cercarsi su internet le due righe di una legge che privatizza l’università.

Ora  la mia domanda è: perché la riforma Gelmini è stata fatta passare in questo modo? Perché il governo si vergogna del proprio programma circa l’istruzione? Oppure bisogna sospettare che magari non volesse che tale riforma facesse troppo casino?

Un primo passo decisivo ma forse il più difficile è proprio conoscere questi fatti e porsi queste domande. Sarebbe un piccolo passo ma almeno i cittadini sapranno cosa sta succedendo e sarà possibile un dialogo.


Daniele

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ottobre